Urbanistica -
Milano si costruisce (anche) dalle periferie. L’annessione dei comuni limitrofi e il concorso per il nuovo piano regolatore, 1923-1927
Renzo Riboldazzi
Dipartimento di Architettura e Studi Urbani
Politecnico di Milano
Centro e periferia
A Milano i divari tra centro e periferia hanno radici antiche e sono caratterizzati da fattori che riguardano, di volta in volta, la sfera collettiva, economica o estetica della città. Basti pensare alle ragioni e agli impatti fisici e sociali delle trasformazioni del cuore urbano nel periodo tra le due guerre del secolo scorso; ai bombardamenti del secondo conflitto mondiale e alla tormentata fase della ricostruzione; al lungo periodo di applicazione del Piano Regolatore Generale del secondo dopoguerra (dal 1953 al 1980) e alla politica dei quartieri satellite con la costruzione di molti di quei contesti problematici con cui, a Milano come nel resto d’Europa, ancor oggi dobbiamo misurarci; così come – per arrivare alla nostra quotidianità – alle molteplici disparità determinate da una pluralità di elementi eterogenei e difficilmente conciliabili che, così come in molte metropoli internazionali, caratterizzano il capoluogo lombardo. Il cuore urbano, per dirla in poche parole e in estrema sintesi, nella maggior parte dei casi ha avuto la meglio su molti fronti: in termini di servizi, investimenti, caratteri dell’architettura e dello spazio pubblico. E le disparità invece che attutirsi su molti fronti si sono accentuate.
Centro e periferia, tuttavia, non sono entità omogenee e neppure statiche. C’è stato, infatti, un momento della storia in cui i caratteri delle parti più marginali della città hanno dettato l’agenda urbana milanese. Hanno cioè reso evidente la necessità di immaginare una città nuova e moderna a partire dalle condizioni di contesti che, fino a quel momento, avevano contato poco o nulla nelle scelte sul futuro urbano. Siamo nei primi anni Venti del secolo scorso, in particolare nel 1923, quando vengono annessi al Comune di Milano undici municipalità limitrofe. Un decreto del 2 settembre sancisce l’annessione di Affori, Baggio, Chiaravalle Milanese, Crescenzago, Gorla-Precotto, Greco Milanese, Lambrate, Musocco, Niguarda, Trenno, Vigentino, mentre un altro del 23 dicembre ratifica quella delle frazioni di Ronchetto sul Naviglio (Comune di Buccinasco) e Lorenteggio (Comune di Corsico). Rispetto al 1921, la popolazione di Milano aumenta di oltre 145.000 unità e la superficie comunale passa da 76 a 185 km2. Questo però con un problema enorme. I centri annessi a Milano erano sostanzialmente privi di impianti di smaltimento delle acque reflue e il rischio che le falde acquifere più superficiali si inquinassero era concreto, con gravi rischi per la popolazione.
Una nuova fognatura, una nuova città
A Milano, acquedotto e fognatura erano stati progettati e gestiti dal Comune sotto la guida dell’ingegner Felice Poggi (1855-1919). Il suo progetto, tuttavia, riguardava solo l’area compresa nei viali di circonvallazione esterna e neppure l’ampliamento previsto nel 1901 appariva adeguato alla nuova situazione amministrativa. Al 31 dicembre 1923, infatti, risultavano completati circa 420 km di condotti fognari e, pur considerandone venti in corso di costruzione, ne restavano da realizzare altri trecento. L’ingegner Giuseppe Codara (1876-1946) dell’Ufficio Tecnico municipale viene chiamato ad affrontare la situazione. Il problema, però, non era solo tecnologico. Riguardava, piuttosto, il futuro della città nel suo insieme. Era cioè necessaria una riflessione più ampia sull’individuazione delle nuove aree da urbanizzare, sulla loro densità edilizia e destinazione d’uso. In altre parole, la questione infrastrutturale delle nuove aree periferiche stava contribuendo alla maturazione di una decisione politico-progettuale sul futuro dell’intera Milano.
Cesare Chiodi
Cesare Chiodi (1885-1969), ingegnere liberale di formazione politecnica, in questa partita gioca un ruolo cruciale. Nel 1920 era stato eletto consigliere comunale e dal 1922 al 1925 ricopre la carica di assessore all’Edilizia e Lavori pubblici della giunta guidata da Luigi Mangiagalli (1850-1928). È Chiodi – che di lì a breve sarà prima docente di Tecnica urbanistica al Politecnico di Milano quando ancora l’insegnamento di questa disciplina a Milano non esisteva e poi autore di un importante manuale di urbanistica, La città moderna edito da Hoepli nel 1935, su cui si formeranno generazioni di architetti e ingegneri – a sostenere la necessità di una Milano più grande non solo nelle dimensioni territoriali ma nella modernità delle sue infrastrutture. Ed è Chiodi a cogliere il nesso con l’urbanistica decidendo di avviare gli studi per un nuovo piano regolatore. Ciò che più si temeva erano gli impatti degli scarichi industriali sui territori a sud di Milano e l’ipotesi di concentrare le industrie in alcune parti della città appariva la soluzione più semplice e razionale. Nel capoluogo lombardo fa così capolino la zonizzazione: non solo come teoria urbanistica, ma come necessità tecnica ed esigenza pratica.
Il problema dell’Olona
Lo smaltimento delle acque reflue si intreccia con un’altra questione irrisolta e ad essa intrecciata, quella del fiume Olona. Le sue esondazioni – e i relativi problemi igienici provocati – e il suo insinuarsi a nord-ovest del tessuto urbano determinavano ostacoli all’urbanizzazione di un’area valorizzata dall’avvio dei lavori per la realizzazione dell’autostrada Milano-Laghi. Gli interventi previsti da Poggi erano rimasti nel cassetto fino al 1924 quando finalmente l’amministrazione delibera un nuovo progetto di sistemazione idraulica del fiume. Chiodi presiede una commissione tecnica che nel luglio 1924 dà il via libera agli appalti per la realizzazione di un’opera che tutt’oggi, seppur difforme dal progetto, garantisce gli equilibri idrogeologici di quella parte di città. Questo perché – afferma Chiodi stesso davanti al Consiglio comunale – «la sistemazione idraulica del territorio incorporato ha una funzione direttiva su ogni altro studio o di piano regolatore, o di viabilità o di edilizia, nessuno dei quali potrebbe trovare una sua logica soluzione qualora astraesse dalle imprescindibili e prevalenti condizioni e necessità della sistemazione idraulica».
Un nuovo quartiere...
La ridefinizione del corso dell’Olona si configura come un’operazione di disegno urbano. Il progetto dell’area degli ex comuni di Trenno e Musocco e della zona oggi occupata dal QT8 (Quartiere sperimentale della ottava Triennale), è redatto dagli ingegneri dell’Ufficio Tecnico municipale Paolo Cattaneo e Giannino Ferrini. Questi abbracciano un’idea che a livello europeo stava riscuotendo consensi, ovvero quella di consentire alla campagna di penetrare nei tessuti urbani senza soluzione di continuità. Era infatti prevista la realizzazione di una zona verde di mezzo milione di metri quadrati, più grande del Parco Sempione, affiancata da un tessuto destinato a ville. Alle zone residenziali (miste ad attività commerciali e terziarie), si contrappone nei pressi della stazione di Musocco la previsione di un’ampia area industriale e zone per attrezzature sportive in prossimità dell’ippodromo di San Siro inaugurato nel 1920. Nei pressi della città, anche il tratto di circonvallazione interessato dall’intervento avrebbe dovuto riconfigurarsi attraverso la realizzazione di un grande viale con, al centro, il fiume costeggiato da due filari di pioppi.
…che rimane nel cassetto
Il progetto si conclude nel marzo 1924. Viene approvato da una commissione presieduta da Chiodi nel giugno dello stesso anno con diverse modifiche richieste dalla commissione stessa, tra cui l’ampliamento della zona verde prospiciente la Certosa di Garegnano e quella in fregio all’Olona. L’approvazione di un piano per un’area di 6.475.000 m2 da parte del Consiglio comunale è del luglio 1924; quella definitiva, invece, è del 10 giugno 1926 quando Vittorio Emanuele III promulga l’apposito decreto-legge. Di mezzo i soliti tentativi di tutelare gli interessi privati e una disciplina che, suo malgrado, risultava incapace di tenere il passo con la realtà. Così al momento dell’entrata in vigore, il piano è per alcuni aspetti già superato. Durante l’iter di approvazione, per esempio, la Società per l’incoraggiamento delle razze equine aveva infatti deciso la realizzazione di un ippodromo non conforme alle previsioni di progetto. Questo, progettato da Paolo Vietti Violi, era stato inaugurato nel novembre 1925. Cesare Albertini (1874-1951), alla guida dell’urbanistica milanese tra le due guerre, concluderà l’opera. Nel piano regolatore che giungerà a maturazione solo a metà degli anni Trenta, pur riprendendo alcuni elementi del progetto originale, ne modificherà definitivamente l’impostazione.
L’esigenza di un nuovo piano regolatore
È così che, sostanzialmente, si muovono i primi passi verso la redazione di un nuovo piano regolatore dell’intera città. Quello degli ingegneri Angelo Pavia e Giovanni Masera del 1912 appariva ormai superato per molte ragioni: non considerava la nuova estensione del territorio milanese; prevedeva una crescita monocentrica inadatta alle grandi dimensioni urbane e aveva una struttura viabilistica inadeguata ai nuovi livelli del traffico. Per affrontare il problema viene istituita una nuova commissione municipale la cui presidenza è affidata a Chiodi. Modello insediativo, mobilità, zonizzazione e verde pubblico sono i principali temi affrontati. E, grazie alla partecipazione del Comune di Milano al dibattito d’oltralpe, questi temi sono affrontati considerando le istanze più avanzate dell’urbanistica internazionale. Si riprendono anche gli studi promossi da Chiodi nel 1925 con la Società storica lombarda per l’individuazione degli edifici monumentali sparsi sul territorio milanese e l’approccio adottato lascia trasparire una certa attenzione al paesaggio. Anche gli elementi caratteristici della campagna milanese – come l’acqua o i filari di alberi, oltre che naturalmente cascine, ville e chiese campestri – sono assunti come elementi del progetto. La parola d’ordine, tuttavia, è “decentramento”: delle abitazioni popolari, dell’industria, dei servizi pubblici di prossimità. L’orientamento sembra essere quello di riservare il cuore della città alle funzioni direttive, alla residenza di categorie sociali privilegiate, ai servizi collettivi più qualificati. Tutto il resto avrebbe potuto essere allontanato dal corpo urbano centrale.
Il concorso per una città policentrica
Nel 1926 viene bandito un concorso per il nuovo piano regolatore di Milano, un’esperienza che verrà ripetuta in diverse città italiane animando un dibattito sull’urbanistica che si concluderà con la legge urbanistica fondamentale del 1942. Il bando, non senza ambiguità, chiede per la parte esistente «la conservazione delle caratteristiche della città e delle sue più espressive note ambientali» e contemporaneamente interventi volti a facilitare la circolazione veicolare. Per quella di nuova realizzazione, il progetto di una città policentrica che, pur costituendo un insieme studiato armonicamente nella forma e nelle funzioni, avrebbe dovuto strutturarsi per nuclei distinti. I progetti presentati entro la scadenza dell’aprile 1927 sono venticinque, oltre a due consegnati fuori termine. I piani per la Milano di due milioni di abitanti sono esposti al pubblico nei mesi di maggio e giugno dello stesso anno suscitando interesse e un acceso dibattito nell’opinione pubblica. La mostra dei progetti allestita alla Fiera campionaria viene visitata in trenta giorni da 7.962 persone. Anche il re, preceduto dal “suono della fanfara dei combattenti”, arriva con il suo corteo al Padiglione del mobilio dove è accolto dalle autorità e dai progettisti.
Una innovazione culturale ignorata
La giuria assegna il primo premio al progetto di Piero Portaluppi e Marco Semenza. Vince il secondo premio il progetto redatto da un nutrito gruppo di architetti riuniti nel Club degli urbanisti: Alberto Alpago Novello, Tomaso Buzzi, Ottavio Cabiati, Giuseppe de Finetti, Guido Ferrazza, Ambrogio Gadola, Emilio Lancia, Michele Marelli, Alessandro Minali, Giovanni Muzio, Pietro Palumbo, Gio Ponti e Ferdinando Reggiori. Terzo premio al progetto di Cesare Chiodi, che si era dimesso dall’amministrazione e aveva potuto prendere parte alla gara, Giuseppe Merlo e Giovanni Brazzola. Il sogno di una città policentrica che caratterizza i piani, tuttavia, svanisce subito. Rimarrà sostanzialmente ignorato anche l’ingente bagaglio di proposte suscitate dal concorso. Con la pubblicazione del verdetto della giuria cala rapidamente il sipario su uno dei momenti di maggiore apertura e confronto dell’urbanistica ambrosiana del secolo scorso. Si apre invece la stagione buia di una pianificazione tutta gestita da Cesare Albertini nel chiuso dell’Ufficio Tecnico municipale, a fianco delle stanze del potere politico e da questo fortemente condizionato.














